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Interventi di riqualificazione energetica e sismica, una possibilità per il nostro Paese

Interventi di riqualificazione energetica e sismica, una possibilità per il nostro Paese

Una recente ricerca di Nomisma ha mostrano i benefici ottenibili attraverso interventi di riqualificazione energetica e sismica sul patrimonio immobiliare pubblico italiano, che, fra l’altro, darebbero nuovo slancio all’economia del Paese dopo la crisi provocata dalla pandemia da Covid-19.

La ricerca evidenzia quali investimenti sarebbero richiesti alle istituzioni locali e, soprattutto, quale sarebbe il loro ritorno in termini economici.

L’urgenza di una riqualificazione – in particolare si fa riferimento a uffici comunali e scuole territoriali – nasce dal fatto che, in larga misura, si tratta di strutture datate e bisognose di ottimizzazioni dal punto di vista energetico e sismico.

 

I benefici individuati sono di vario tipo: dal punto di vista economico, in particolare, si parla di un effetto moltiplicativo sul Pil pari a 3,6 volte la somma investita e di una rivalutazione di valore degli immobili delle Amministrazioni locali fino a oltre il 30%.

Inoltre, la riqualificazione stessa degli edifici consentirebbe agli Enti locali di risparmiare sulla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture e di ottenere consistenti risparmi energetici. Senza dimenticare che gli interventi permetterebbero di conseguire anche importanti benefici per l’ambiente, per esempio attraverso la riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, l’attivazione di un’economia circolare, la salvaguardia del suolo e la diminuzione dell’impatto sui cambiamenti climatici.

 

 

Dopo aver analizzato il quadro a livello nazionale, Nomisma ha evidenziato quelli che sarebbero i benefici, per ogni regione italiana, derivanti da interventi sul patrimonio immobiliare pubblico. In relazione agli uffici comunali e alle scuole territoriali, quindi, per ciascuna regione è stato quantificato l’investimento necessario per la riqualificazione energetica, per la messa in sicurezza sismica e per le spese tecniche. Inoltre, sono stati valutati gli impatti su produzione, occupazione, valore aggiunto, reddito da lavoro.

 

 

Per il Piemonte, in particolare, Nomisma ha stimato una spesa di circa 1,2 miliardi, grazie alla quale sarebbe possibile non solo dare lavoro a 27.514 persone, ma anche ottenere un impatto positivo sul Pil regionale pari a 4,5 miliardi di euro. Comunque, la regione del Nord Italia per cui sono stati stimati un maggiore investimento e un più elevato impatto sulla produzione è la Lombardia, con un investimento pari a circa 5,99 miliardi di euro. che potrebbero tradursi in un impatto di 21,7 miliardi sulla produzione e nella creazione di oltre 133 mila posti di lavoro. C’è poi l’Emilia-Romagna, per cui Nomisma prevede una spesa di 3,29 miliardi di euro e un impatto di 11,9 miliardi, senza contare che gli interventi di riqualificazione permetterebbero di introdurre ben 73.053 nuovi occupati.

Sono invece 53.103 i posti di lavoro che si creerebbero in Veneto, a fronte di un investimento di circa 2,4 miliardi e un impatto sulla produzione di 8,7 miliardi di euro.

 

 

Il Green New Deal sul patrimonio pubblico, inoltre, garantirebbe un impatto di 4,3 miliardi in Friuli-Venezia Giulia, a fronte dell’investimento di 1,2 miliardi, generando anche occupazione aggiuntiva 26.598 lavoratori. E in Liguria, con una spesa di circa 849 milioni di euro, gli interventi di riqualificazione consentirebbero di realizzare un impatto di 3 miliardi e 18.869 posti di lavoro. Quasi identici fra loro i dati del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta, per i quali sono stati calcolati, rispettivamente, un investimento complessivo di 95,8 e di 95,5 milioni, un impatto di 347 e di 346 milioni, nonché la creazione di 2.130 e 2.122 posti di lavoro.

 

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Imprese e digitalizzazione

Imprese e digitalizzazione

Il 97,5% delle imprese con almeno dieci addetti utilizza connessioni in banda larga fissa o mobile.

E’ uno dei dati che emergono dalla fresca indagine dell’Istat sui comportamenti in tema di digitalizzazione e sul relativo livello, misurato secondo 12 indicatori tecnologici. La ricerca ha evidenziato, fra l’altro, la stabilità della quota di aziende (il 62,6%) che fornisce ai propri addetti dispositivi portatili, quali computer portatili, smartphone, tablet e ipad, che permettono una connessione mobile a Internet per scopi lavorativi (la quota però sale al 96% per le grandi imprese); mentre aumenta la percentuale di addetti che utilizzano un computer connesso a Internet per la propria attività (53,2% dal 49,9% del 2019), in conseguenza anche della pandemia.

L’indagine dell’Istat ha colto altri segnali di reazione alle difficoltà indotte dall’emergenza sanitaria: fra questi, il deciso aumento di imprese con sito web, che rendono disponibili informazioni sui prodotti e servizi offerti (dal 34% del 2019 al 55% del 2020) e di quelle che utilizzano servizi cloud (dal 23% del 2018 al 59% del 2020).

 

Tra le imprese con almeno 10 addetti connesse a Internet in banda larga fissa, la velocità massima di connessione cresce con la dimensione aziendale.

Le pmi (10-249 addetti) connesse a velocità almeno pari a 30 Mbps sono il 75%, le grandi imprese il 90,5%. L’analisi per territori, comunque, mostra che a fronte di quattro territori – Sicilia, Umbria, Basilicata, Campania e la provincia di Bolzano- con una quota superiore al 40% di imprese connesse a Internet a velocità di download pari ad almeno 100 Mbps, il Piemonte evidenzia la quota del 37,6%. Inoltre, mentre la quota di imprese connesse con almeno 30 Mbps è pari a circa il 76% nel Mezzogiorno e nella media del Nord d’Italia, in Piemonte è del 69,4% (si attesta al 73,2% nelle regioni del Centro).

 

Quanto al grado di digitalizzazione, è stato rilevato che circa l’82% delle imprese con almeno 10 addetti si colloca a un livello ‘basso’ o ‘molto basso’ d’adozione dell’Ict, non essendo coinvolte in più di 6 attività tra le 12 funzioni considerate; il restante 18%, invece, ne svolge invece almeno sette, posizionandosi su livelli ‘alti’ o ‘molto alti’.

In particolare, relativamente agli strumenti di intelligenza artificiale, l’indagine mostra che

l’8,6% delle imprese con almeno 10 addetti dichiara di aver analizzato, nell’anno precedente, grandi quantità di informazioni (big data) ottenute da fonti di dati proprie o di altri attraverso l’uso di tecniche, tecnologie o strumenti software.

 

I big data vengono analizzati dalle imprese soprattutto internamente (7,4%) mentre il 2,8% esternalizza i servizi di analisi.

I dati più analizzati internamente sono generati dai social media (46,5% delle imprese), da informazioni di geolocalizzazione derivanti da dispositivi portatili (45,3%) e da dispositivi intelligenti e sensori digitali (31,1%). L’analisi di grandi quantità di dati ha riguardato circa un quarto delle grandi imprese, mentre solo il 6,2% di quelle di minore dimensione (10-49 addetti) ha estratto dai dati informazioni rilevanti.

 

L’Internet delle cose (Iot) riguarda dispositivi interconnessi che raccolgono e scambiano dati e possono essere monitorati o controllati via Internet. Li utilizza il 23,1% delle imprese con almeno 10 addetti. In particolare, tra le imprese che hanno fatto ricorso a dispositivi Iot, sono più frequenti quelle che usano dispositivi, sensori intelligenti, tag Rfdi o telecamere controllate da Internet per migliorare il servizio clienti (35,7%) e per ottimizzare il consumo di energia nei locali delle imprese (32,5%).

 

Altro dato interessante: si riduce la quota delle imprese con almeno 10 addetti che impiegano esperti Ict (dal 16% al 12,6%), mentre si conferma la presenza di specialisti informatici tra il personale delle imprese con almeno 250 addetti (72%, dal 73,1% nel 2019). Sebbene le imprese di maggiore dimensione siano anche le più attive nell’assumere o provare ad assumere specialisti Ict, anche per loro si registra una contrazione di quelle che, nel 2019, hanno reperito o cercato di reperire personale specializzato (dal 38,4% del 2018 al 36,3%) e si attesta al 17,3% la percentuale di imprese con almeno 250 addetti che dichiarano di aver avuto difficoltà a coprire posti vacanti per addetti con competenze informatiche.

 

Il 63,0% delle imprese dichiara di aver utilizzato nel 2019 personale esterno per la gestione di attività legate all’Ict quali manutenzione di infrastrutture, supporto e sviluppo di software e di applicazioni web, gestione della sicurezza e della protezione dei dati.

Brexit, le novità in materia di pagamenti

Brexit, le novità in materia di pagamenti

Il 1° febbraio del 2020 il Regno Unito ha cessato di essere un paese appartenente all’Unione Europea (UE) ed è diventato un “paese terzo” non appartenente allo Spazio Economico Europeo (SEE). Tuttavia nel corso del 2020 ha usufruito di un periodo transitorio, che si è concluso il 31 dicembre 2020, nel quale ha continuato a far parte del Mercato Unico Europeo e a beneficiare del quadro normativo dell’Unione Europea.

 

Dal 1° gennaio 2021 al Regno Unito non verrà più applicato il Regolamento 924/2009 e smi che comporta tra l’altro l’applicazione di condizioni comuni sui pagamenti effettuati all’interno dell’Unione, pur mantenendo la propria partecipazione ai Paesi dell’Area SEPA.

 

Pertanto ai pagamenti SEPA da e verso il Regno Unito saranno applicate le condizioni già previste nei fogli informativi e nei contratti per i pagamenti da e verso i Paesi non appartenenti all’Unione Europea e allo Spazio Economico Europeo – “Bonifici extra SEPA” (come già accade oggi per Andorra, Isole britanniche di Guersey, Man e Jersey, Repubblica di San Marino, Svizzera e Città del Vaticano) e non più quelle relative ai pagamenti SEPA – “Bonifici Sepa”.

 

Per le condizioni applicate si rimanda allo specifico foglio informativo “Bonifici” disponibile sul sito www.bancadelpiemonte.it alla Sezione “Trasparenza”.

 

Brexit gennaio 2020

Guida ABI

 

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